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La carica degli art designer

Una nuova generazione di creativi transita liberamente nei territori dell’industria, dell’arte e dell’artigianato. Le gallerie e le aziende rivalutano il design d’artista. Il fenomeno cresce e fa discutere.

In alto, Nacho Carbonell, il ventinovenne valenciano di stanza a Eindhoven in Olanda, della scuderia Rossana Orlandi. A soli quattro anni dalla sua laurea in design, sta ottenendo buona riconoscibilità internazionale. I suoi lavori, a cavallo tra arte e design, hanno alte quotazioni. Bush of Iron ( in alto), durante il Miami Design di Basilea è stato venduto per 92 mila euro.

Il ventinovenne Nacho Carbonell, a soli quattro anni dalla laurea in industrial design, ha guadagnato riconoscibilità internazionale nei territori a cavallo tra arte e design. L’ultimo colpo lo ha messo a segno al Miami Design di Basilea, lo scorso giugno, vendendo, per 92 mila euro ad un privato, Bush of Iron, una seduta con tavolino realizzata con migliaia di aculei in acciaio, ultima nata di ‘Diversity’, famiglia di venti pezzi presentata lo scorso aprile a Milano nello Spazio Ferrè. Anche alla fiera di Basilea dello scorso anno al giovane valenciano non era andata male.

La star americana Brad Pitt aveva comprato tutti e tre i pezzi della collezione Evolution ad un costo complessivo di 119 mila dollari. È stata Rossana Orlandi, suo mentore, a ospitarlo, per la prima volta tre anni fa nel suo spazio milanese, cominciando proprio con le collezioni di Carbonell a distinguere le sue due attività, quella più commerciale del negozio da quella più artistica della galleria. Ma, la domanda è: “come ha fatto Carbonell, così giovane, a vendere i suoi lavori a prezzi così alti?”.

Cominciamo dall’inizio: nato a Valencia, dove si diploma e coltiva l’idea di fare il biologo marino, dopo una parentesi di un anno negli States, Carbonell ritorna in Spagna e si laurea in industrial design. “Pensai che tre anni non fossero sufficienti – racconta – così cercai nuove scuole e opportunità e andai alla Design Academy di Eindhoven dove ti fanno sperimentare liberamente”. Spiega: “La mia parola chiave è stata ‘adattamento’, dall’industrial design a quello sperimentale, dal bel clima di Valencia a quello pessimo di Eindhoven, al dover lasciare tutti gli amici e la famiglia. Ma adesso va meglio. Pump it up, il mio progetto di laurea che portai a Milano per il Salone del mobile, quattro anni fa, all’interno di un’esposizione collettiva della scuola di Eindhoven, calamitò su di me l’attenzione dei media e dei galleristi”.

E alla classica domanda se si sente più un artista o un designer risponde: “Sono partito come designer e ora non mi preoccupa definirmi. Non credo nelle etichette e non ne trovo alcuna che sia adatta a definire quello che faccio. Creare è un atto pieno di contraddizioni. Credo comunque che i confini del design stiano crescendo e mi piace che la gente si interroghi sui confini fra arte e design”.

A lato, Sebastian Errazuriz, designer e artista cileno, di stanza a Brooklyn. Sopra, le ultime fasi di lavorazione di ONE OFF, la scultura libreria che ha progettato per l’azienda italiana Horm, un pezzo unico, completamente realizzato a mano da un artigiano.

 

Trentatrè anni, nato a Santiago del Cile e cresciuto a Londra, ha studiato arte a Washington, Cinema a Edinburgh, design a Milano. Vive e lavora da sei anni a Brooklyn. Sebastian Errazuriz difficilmente si lascia incasellare in un’etichetta. Crea oggetti di design sperimentale, prodotti di serie per l’industria, progetta arte urbana, e fa incursioni nel mondo della moda con abiti che, difficilmente indossabili, sono più che altro provocazioni concettuali. “Sebastian l’ho conosciuto a fine gennaio – racconta Luciano Marson, direttore creativo dell’azienda Horm – mi piacciono i suoi lavori e volevo facesse l’allestimento del nostro spazio espositivo allo scorso Salone del Mobile. In corso d’opera gli sono venute mille altre idee rispetto al progetto iniziale che abbiamo pensato di sviluppare per lo stand”.

Proprio in questi giorni è stato ultimato un pezzo unico ideato da Errazuriz per Horm che Cristina Grajales, sua gallerista di New York, che ha presentato al Pavilion of Art & Design a Londra. È una scultura-libreria in multistrato di pioppo. Nasce dall’idea di un modulo, con una forma organica, simile ad una cellula umana che, a lavoro finito, somiglia ad un grande ramo d’albero. È alta un metro e mezzo, larga 3, e profonda 40 centimetri ed è stata realizzata dal lavoro a tempo pieno di un artigiano di Horm per due mesi e mezzo. Luciano Marson cominciò nel 2003 a fare edizioni limitate lavorando con grandi nomi dell’architettura internazionale come Toyo Ito e Steven Holl.

“Credo – spiega – che l’art design sia un’ottima palestra per giovani talenti che hanno voglia di sperimentarsi in progetti non legati alla produzione di massa. Spesso hanno committenze che permettono loro di lavorare con budget illimitati, così possono esprimere libertà creativa al massimo volume. Ma a loro serve anche lavorare con l’industria proprio per i vantaggi e gli svantaggi di avere limiti di budget”.

A sinistra Job Smeets e a destra Nynke Tynagel, la coppia di designer olandesi di Studio Job. Al centro la designer Pieke Bergmans. Insieme hanno progettato Wonderlamp, collezione di lampade (nella foto), a tiratura limitata, in bronzo fuso e cristallo soffiato a mano, presentat A da dilmos a basilea.

“Non parlerei propriamente di art design – racconta Luisella Valtorta, storica gallerista milanese alla guida di Dilmos –, ma di industrial design e design sperimentale”. Sono tre differenti percorsi. “Di fatto oggi – prosegue – molti autori avvertono la necessità di sperimentare, svincolandosi dall’industria per operare in un ambito di ricerca che, per quanto ci riguarda, abbraccia le sfera dell’autoproduzione da un lato (Ron Arad, Maarten Baas, Alessandro Ciffo, Danny Lane, Roberto Mora, Andrea Salvetti) e della ricerca stilistico sperimentale dall’altro (Pieke Bergmans, i fratelli Bouroullec, Forma Fantasma, Hella Jongerius, Arik Levy, Marc Newson, Studio Job, Tokujin Yoshioka)”.

La gallerista spiega che questo tipo di design ha una tradizione storica che esiste già dai primi del ‘900 e che nella tradizione italiana passa attraverso figure come Gio Ponti, che lavorava su committenza privata, per arrivare a movimenti come Memphis ed Alchimia che intendevano la ricerca come libera espressione individuale, fino a personaggi come Riccardo Dalisi, Ugo la Pietra e Ugo Marano, per citarne alcuni. Un percorso che ha trovato recentemente la propria ufficializzazione attraverso gallerie, case d’aste e critici che la sostengono e la stanno divulgando attraverso le fiere più importanti in tutto il mondo.

“La considerazione fondamentale – spiega Valtorta – per quanto mi riguarda è, prima di tutto, leggere nel progetto il pensiero dell’autore, la carica comunicativa e narrativa”. Da Dilmos in via Solferino, a Milano, è esposta la collezione Wonderlamp realizzata a quattro mani da Studio Job e Pieke Bergmans. Progetto che sottolinea la filosofia, già sperimentata da Dilmos nel 1985 con la mostra “Differenze”, secondo la quale i linguaggi degli autori sono molteplici, ma non per questo incomunicabili.

In alto, da sinistra Stefania Fersini, Piergiorgio Robino e Alice Occleppo tre componenti di Nucleo, collettivo di design di cui fa parte anche Daniele Ragazzo. Sono alle prese con la produzione di un tavolo che nasce da ‘By the Wind’ nuova ricerca materica del gruppo; sotto Resin Fossil Table, pezzo unico della collezione ‘Resinite’ disegnata per la Galleria di Gabrielle Ammann.

Resin Fossil Table è un enorme tavolo in resina capace di riflettere in modo suggestivo la luce che assorbe dall’ambiente. Campeggiava durante lo scorso Design Miami di Basilea nella Galleria di Gabrielle Ammann, occupandone gran parte dello spazio espositivo.

La gallerista raccontava che anche l’architetta Zaha Hadid, passata dallo stand, se ne era innamorata. Il tavolo è stato prodotto e realizzato dai Nucleo di Torino, unici italiani che, appartenenti ad una nuova generazione di creativi, erano presenti alla fiera svizzera con un loro importante lavoro. “Abbiamo iniziato la nostra attività nel 2000, autoproducendoci, con oggetti a confine tra arte e design” spiega Piergiorgio Robino fondatore del gruppo “poi abbiamo cambiato strada perché il mercato non era ancora pronto per quel genere di produzione”.

Sono tornati a ripercorrerla l’anno scorso con il progetto Primitive perché vogliono autoprodurre ciò che le aziende non sono interessate a realizzare. “I prodotti dell’industria sono destinati a tutti e i prodotti artistici, con un ritorno al Bauhaus, fatti a mano direttamente dai designer, sono pezzi unici e segnano un ritorno all’atelier”.

Alla parola art-design, Robino preferisce Art and Craft o il ritorno del Bauhaus. “È un fenomeno giovane che deve ancora trovare una sua stabilizzazione – spiega –. L’idea è di riproporre, in chiave contemporanea, la bottega artigiana rinascimentale che realizzava oggetti meravigliosi per facoltosi committenti”.

Primitive, primo progetto di Nucleo della serie Art and Craft, avrà la sua massima visibilità tra settembre e dicembre di quest’anno. Andrà in cinque mostre, passando da Berlino a Roma, da Londra a Los Angeles con le gallerie Nilufar e Gabrielle Ammann. “Intanto – annuncia Robino – stiamo preparando un altro progetto importante. Il primo pezzo nuovo lo presenteremo con Ammann al Pad di Londra. Si chiama Copper age ed è un tavolo in rame”.