Frank Gehry: il creatore dei sogni

Considerato il grande maestro del Decostruttivismo, Frank O. Gehry compie ottant’anni. Ha segnato l’architettura contemporanea coniugando le molteplici e confuse prospettive che l’universo urbano offre in tutto il mondo.

Dal suo aspetto semplice e sereno non traspare affatto la robusta impalcatura di una fervida filosofia di lavoro aperta a tutte le esperienze. È lui stesso a mettere in guardia e ad avvisare che l’essere tranquillo è solo apparenza, e che in lui alberga un gran narciso dalle armi affilate. Il suo linguaggio è caos e equilibrio. È una delle archistar più famose dei nostri anni. È Frank Owen Gehry.

È stato infatti fra i primi grandi architetti a modificare il design con l’aiuto del computerma non per creare edifici con più efficienza e velocità, bensì per dare all’architetto maggiore indipendenza da ciò che vede, e porlo nella condizione di poter costruire tutto ciò che immagina o sogna. Infatti “Frank Gehry – Creatore di sogni” è il titolo che il regista Sydney Pollack ha dato al suo film – documentario incentrato sulla figura del famoso architetto di origine canadese. Il film, presentato nel 2006, fuori concorso, al Festival di Cannes, ha suscitato molto interesse ma non ha molto stupito perché la fama del linguaggio architettonico di Gehry è ormai popolare. È argomento trasversale. Se n’è comunque sentito parlare. Oggi è nell’immaginario di tutti la sua architettura dalle fattezze scultoree.

Pertanto è facile credere che di Gehry si sia da sempre scritto e parlato. Ma non è così. È solo nel marzo 1980 che Domus gli dedica la copertina. È il direttore Alessandro Mendini a rendergli omaggio con uno dei suoi editoriali. Il servizio verteva su dieci architetti californiani e tra questi vi era appunto Frank Gehry, nato a Toronto ben 51 anni prima, ma americano d’adozione. Non era giovane, quando comparve sulle scene del mondo dell’architettura, questo è chiaro, ma era comunque considerato, già allora, il nume tutelare di quel nuovo linguaggio che ai lettori del num. 604 di Domus procurò un certo disorientamento. Le sue architetture sembravano prive di eleganza, non presentavano alcun richiamo ai linguaggi classici o moderni, nessun legame con gli insegnamenti presenti nelle diverse università europee.

Le architetture presenti in quel numero erano oggetti nuovi, slegati dalla storia, oggetti che il grande Bruno Zevi definì di “grado zero”. Ma se volessimo veramente raccontare chi è Frank Owen Gehry non potremmo prescindere dal raccontare di Frankie P.Toronto, il personaggio principale della commedia “Il Corso del Coltello”, un manichino matto, che simboleggiando beffardamente l’architettura classica e postmoderna, cavalcò le scene di Venezia nel 1985. Chi interpretava con tanta ironia e irriverenza Frankie P. Toronto era lo stesso Frank Owen Gehry che sotto le vesti di Frankie, riuscì a fare a pezzi la pomposità tipica dell’architettura degli anni Ottanta. La rottura è avvenuta. Il pensare architettura è stato investito in toto. E da allora, per emulazione e per stratificazione dei cambiamenti linguistici l’architettura è cambiata.

Aaron Betsky, il curatore della 11esima Mostra Internazionale di Architettura della Biennale di Venezia affermò: “Frank Gehry ha trasformato l’architettura moderna, l’ha liberata dai confini della scatola e dai limiti delle comuni pratiche costruttive. Tanto sperimentale quanto le pratiche artistiche che l’hanno ispirata, è il vero moderno modello per  un’architettura oltre il costruire.” Motivazione questa che ha portato, sempre nel 2008, il Cda dellaMostra Internazionale di Architettura della Biennale di Venezia, a consegnargli il Leone d’oro alla carriera. Ma di premi e riconoscimenti il famoso architetto ne ha avuti altri, il Pritzker Architecture Prize nel 1989, la Medaglia d’oro all’Architettura dell’American Institute of Architects (AIA) e quella del Royal Institute of British Architects (RIBA) tutti a riconoscimento, ovviamente, della sua irresistibile attrazione per la sfida.

È infatti lo stesso Gehry a confessare di non amare situazioni come l’affidamento totale del lavoro, la cosiddetta carta bianca. Rapporti del genere non li trova affatto interessanti né stimolanti. Preferisce avere vicino la controparte pronta a discutere, a litigare e a esigere una partecipazione a ciò che precede ogni sua opera. È una mente che ha bisogno di continui stimoli, che cerca nuovi interessi e nuove prove. È una mente che lavora su elementi extra-architettonici ricavati dall’arte, come nel caso del pesce che è diventato il suo mantra formale. Attraverso questa dissacrazione delle forme architettoniche ha toccato la sua rabbia e la sua forza.

Bruno Zevi in “Ebraismo e Architettura” afferma: “In lui convergono due tipi di ribellione contro i vincoli accademici: quella ebraica radicata nel solco dell’espressionismo e quella specifica del pionierismo tipico americano”. E prosegue: “Dalla disperazione ebraica scatta l’allegria del casuale, dell’avventura rischiosa, al limite del pop, del punk ed oltre”. Nel vecchio magazzino della Cloverfield (ristrutturato nel 1996), il suo studio, si è sommersi dai plastici che appesi alle pareti, stanno lì pronti ad essere smontati per crearne degli altri per altre architetture. È un’officina in fermento e nel mezzo vi si trova un’isola tranquilla, lo studio di Gehry.

Francesco Dal Co scrive in Frank O.Gehry: “L’atmosfera è di semplicità, nulla di elaborato o di avanguardistico”. Ma forse è vero che è l’abitazione a rispecchiare il proprio carattere. Sembra evidente che la figura di Gehry ha una complessità a volte celata, ma di sicuro interessante. La casa di Santa Monica in California (1978), la sua dimora, ha da subito manifestato le peculiarità del progettista. Il lavoro-summa di quegli anni d’apprendistato, è consistito nello scoperchiare, sventrare, e decostruire una tipica casa prefabbricata. Ha spogliato la costruzione e l’ha portata ai suoi nudi materiali, e vi ha incorporato frammenti di strutture esistenti, ridefinendola come una costruzione non-finita. E ne è nato un caso.

Ma questo perchè per Gehry costruire vuol dire scoprire se stesso, ammettere l’esistenza del caos, l’esistenza del doppio, delle ossessioni portate all’estrema capacità di previsione degli eventi, delle pieghe caratteriali nonché materiche. Forse per questo lo troviamo simpaticamente rappresentato, con la sua casa e i suoi modellini, anche nella spassosa parodia dei Simpson, che fornisce un’ironica interpretazione nonché verosimile della genesi dei progetti di Gehry. Marge, la famosa protagonista dall’alta cresta di capelli in testa, convince la città a fare una concert hall, progettata dall’architetto Frank Gehry, il quale ne apprende l’offerta da una lettera. Nel cartoon si vede Frank Gehry fuori dalla sua abitazione, simile a quella di Santa Monica, che dopo una veloce lettura accartoccia la lettera e la getta per strada. Girandosi poi per caso si rende conto della forza espressiva che quel foglio di carta aveva acquisito. Nel cartoon la forma riprendeva la Walt Disney Concert Hall di Los Angeles. Sarà caos, sarà scultura, sarà puro egocentrismo da archistar,ma FrankOwen Gehry alias Frankie P.Toronto è riuscito pienamente nel suo intento: la totale fertilità della fantasia.