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Dreamlands, una riflessione sui parchi a tema, fiere e expo

Urbanistica

Dreamlands, una riflessione sui parchi a tema, fiere e expo

Alla grande galerie del Centre Pompidou di Parigi è stata realizzata nel 2010 un interessante mostra che mette in rapporto il modello insediativo e simbolico dei parchi a tema, delle fiere e delle Expo del passato, con quello della città reale, del presente e del futuro.

Uno dei temi fondativi degli insediamenti umani che dalla fine del secolo scorso arriva all’inizio del nuovo millennio è individuabile nella trasposizione della formula/modello della ‘città del tempo libero’ nella città reale. A tale fenomeno, distribuito a scala planetaria nelle diverse realtà nazionali e territoriali, è dedicata la riflessione proposta dalla mostra Dreamlands, organizzata al Centre Pompidou a cura di Quentin Bajac e Didier Ottinger.

Una mostra di tipo ‘trasversale’, stimolante e multidisciplinare, che prende il nome dal famoso e omonimo parco d’attrazioni inaugurato nel 1904 a Coney Island. Un parco che, insieme ai limitrofi Steeplechase e Luna, è stato matrice dei modelli della “nuova urbanistica della Tecnologia del Fantastico”, come ci racconta Rem Koolhaas nel suo Delirious New York (1978).

Si tratta di riferimenti di pianificazione anche concettuali che danno “vita a trasformazioni inaspettate in tutti gli Stati Uniti, […] avamposti del manhattismo [che] diventano strumenti di propaganda della condizione metropolitana”, dimostrando come “Coney Island [e Dreamland in particolare] è l’incubatore della tematica e della mitologia ancora balbuziente di New York”. Così il tema della città fantastica, delle nuove soluzioni tecnologiche e dei suoi nuovi tipi architettonici sperimentati nei ‘palazzi di cartone’ (i primi grattacieli, gli ascensori) si tradurrà, dopo l’incendio del 1914 che distrusse l’intero Luna Park di Coney Island, nell’azione concreta sulla città reale: “È Manhattan ora a essere divenuta il teatro dell’invenzione architettonica”. Questa propensione del manhattismo, nato dalle esperienze ludiche dei Luna Park di Coney Island, a configurare edifici come isole autonome – città nella città, in genere verticali – e a pensare alla crescita urbana come sommatoria di episodi distinti e compiuti dove il ‘fantastico’ soppianta la funzione, si ripete nel tempo.

Da Las Vegas, la ‘città parco a tema’ e luogo del divertimento per antonomasia (dal gambling, a luogo di vacanza per la famiglia, a centro dello shopping americano), si arriva a Dubai, la ‘città luna park’, dove alle tradizionali ‘attrazioni’ ludiche si sostituisce una serie di edifici-icona alla ricerca di prestazioni in sintonia con categorie più vicine a quelle richieste dal Guinnes world records (la torre più alta, l’hotel con più stelle) che alle ragioni della consapevole pianificazione urbana. Una città nel deserto dove all’interno di anonimi hangar si possono trovare situazioni ambientali improbabili, come un paesaggio alpino innevato in cui sciare su un dolce pendio.

Come afferma Didier Ottinger nel saggio che apre il ricco catalogo della mostra: “erede dell’atmosfera composita delle fiere internazionali, e della ‘Mondo in vetrina’ di Disneyland, Las Vegas esplicita l’arte urbanistica del ‘collage’. La città giustappone allegramente le sue referenze: dall’architettura romana (The Cesar Palace) ai palazzi d’Oriente (The Aladdin [il cui ‘tema’ è stato oggetto di rapida sostituzione con il Planet Hollywood dopo la tragedia dell’11 settembre]) dai castelli medievali (The Excalibur) [alle piramidi egizie di Luxor]”. Un’estetica urbana che già all’inizio degli anni ’80 portò Colin Rowe e Fred Koetter a teorizzare quel manifesto di nuovo urbanismo contenuto nel libro Collage City (1981) che come reazione alla “città moderna pensata dalle sue origini come quantitativamente minimale” proponeva la lettura critica e innovativa del modello di Roma antica capace di illustrare “la mentalità del bricoleur in tutta la sua generosità”. Dalla loro lettura di Las Vegas, Robert Venturi e Denise Scott Brown (Learning from Las Vegas, 1972) deducono tra l’altro che “le qualità essenziali dell’architettura delle zone di divertimento sono la leggerezza e la possibilità di apparire come oasi in un contesto eventualmente ostile”.

Tutto questo è stato presentato nella mostra parigina come un sinergico confronto tra immagini e progetti, opere d’arte, fotografie e documenti originali. Sia che si tratti di insediamenti sorti nei deserti o sull’acqua, sia che si affrontino i ‘recinti’ temporanei dei luna park o delle grandi manifestazioni fieristiche ed espositive sino alle Expo, ciò che accomuna questi luoghi altri sintetizzati brillantemente dal titolo Dreamlands della mostra, è il loro carattere autonomo e indipendente; sorta di ‘luoghi di fondazione’ radicati paradossalmente proprio nell’assenza di un luogo di riferimento, e proprio per questo, come documenta il caso del modello disneyano, ripetibili e riproducibili in ogni parte del mondo. I ‘Dreamlands’ rientrano allora a pieno titolo nella famiglia delle Eterotopie che il filosofo Michel Foucault definiva come “sorta di luoghi fuori da tutti i luoghi e, tuttavia, effettivamente localizzabili”, e più specificatamente nelle ‘Eterotopie della compensazione’; luoghi che “hanno in rapporto allo spazio restante, una funzione che si svolge tra due poli estremi. Da una parte, assolvono il compito di creare uno spazio d’illusione che denunci come più illusorio tutto lo spazio reale, tutti i posizionamenti all’interno dei quali la vita è frammentata. Dall’altra, hanno la funzione di formare un altro spazio, un altro spazio reale, altrettanto perfetto, meticoloso e ben disposto, quanto il nostro è disordinato, mal congegnato e allo stadio di abbozzo”.

Ciò che appare interessante osservare dal punto di vista degli intenti proposti nella mostra (‘Dai parchi d’attrazione alla città del futuro’) è lo slittamento, la contaminazione, del modello del parco tematico nella città reale. La ‘città rassicurante’ e ‘a tema’ trova in realtà principalmente e inizialmente nell’architettura del villaggio turistico, nella formula del ‘Resort totale’, il terreno più fecondo e di massima espressione per poi ritornare a proporsi nella città reale, o meglio a margine e lontana da essa, offrendo sul mercato un prodotto di tipo innovativo, che, se da un lato garantisce servizi (sicurezza, pulizia, controllo) e atmosfere simili a quelle trovate nelle vacanze ‘tutto compreso’, formula nove giorni-sette notti, dall’altro estende il sogno di un luogo altro, legato al piacere effimero della vacanza, alla vita di ogni giorno. Si configurano così delle cittadine residenziali ‘a misura d’uomo’, il cui paradigma di riferimento, nella comunicazione, è appunto il villaggio turistico, luogo sicuro (a ingresso controllato) dove tutti si preoccupano del nostro benessere e di realizzare i nostri sogni.

L’esempio più eloquente di tale tendenza è indubbiamente la cittadina di Celebration costruita tra il 1987/97 dalla Disney Imagineering, nei pressi di Disneyworld in Florida. Una stucchevole pianificazione che peraltro contravviene ai dettami futuribili e sperimentali pensati da Walt Disney negli studi per il famoso Project X (1966). Celebration ricorre, infatti, a semplici case unifamiliari ‘in stile’, su modello della casa di Mickey Mouse, visitabile poco lontano all’interno dell’enclave del Theme Park. Molti sono gli esempi ormai realizzati, soprattutto in America, ma anche in Europa e in Asia, di questi piccoli ‘paradisi residenziali’, in realtà veri e propri ‘fortini’, scenograficamente ineccepibili, supercontrollati, asfissianti nella loro celata veste di gated community. Esempi di tale fenomeno sono documentati anche dal cinema; dalla tragica realtà di Città del Messico del film La zona di Rodrigo Plà (2007) a quella più esoterica di The Village di M.Night Shyamalan (2004), in cui emerge l’idea di hortus conclusus, di recinto paesaggistico e naturale per la messa a distanza dal mondo reale, sino a The Truman Show di Peter Weir (1998), dove il set scenografico che fa da sfondo alla finzione cinematografica è in realtà una città reale: Seaside, una piccola città per le vacanze costruita nella prima metà degli anni ‘80 in Florida. ‘Autentico’ e ‘contraffatto’ non sono più riferimenti contrastanti, quanto piuttosto concetti che si miscelano in una sintesi abitabile rassicurante e seducente declinata secondo le categorie del contestualismo, regionalismo, situazionismo, memoria storica ritrovata e reinterpretata. Seaside e gli interventi seguenti (Kentlands, Windsor, Bamberton, solo per citare alcuni progetti firmati dagli architetti Andres Duany e Elizabeth Plater- Zyberk, già appartenenti al gruppo Arquitectonica di Miami) si caratterizzano per la formula del low rise-high density (edifici da tre a cinque piani con densità medio-alte, costruiti formando corti interne o semplicemente affiancati a definire le strade e gli isolati), la pratica di disegno residenziale urbano che ha conosciuto il maggior successo dal punto di vista della qualità ambientale.

Tra i ‘Dreamlands’ affrontati nella mostra il tema delle Expo si lega al modello del recinto urbano/parco tematico espositivo che si affianca in chiave tipologica a quello per il tempo libero. Ad accomunare le Expo degli ultimi anni, compresa quella in corso a Shanghai, sono modelli eterogenei che si caratterizzano per il carattere fieristico di padiglioni distribuiti nel recinto urbano, chiamati a comporre un luogo d’attrazione seguendo la tradizione ottocentesca e del secolo scorso. A tale modello si contrappone quello innovativo previsto per l’Expo di Milano 2015 “Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita”, il cui Master Plan è stato presentato lo scorso aprile. Ai tradizionali padiglioni architettonici, declinati in elementi in parte smontabili e riutilizzabili nei Paesi partecipanti, il progetto redatto dalla consulta degli architetti (Stefano Boeri, Ricky Burdett e Jacques Herzog) in sinergia con il gruppo di progettisti di Società Expo 2015, sostituisce brani paesaggistici chiamati a comporre quello che è stato definito come un ‘Orto Planetario’ con grandi serre adibite ad ospitare la ricostruzione di specifiche biosfere. Un modello sperimentale che almeno nei presupposti progettuali tende a configurarsi come un’isola circondata da un canale d’acqua, una sorta di ‘eterotopia ambientale’ che potrebbe diventare cerniera tra città e campagna, nonché innovativo modello, possibile Dreamland per nuove matrici di disegno del territorio. Ma ancora, come lo stesso Boeri afferma, permane a livello concettuale il Theme Park come riferimento urbano di fondazione: “Il Parco a tema che Milano riceverà in eredità dall’Expo non avrà solo un valore ludico (peraltro garanzia di reddito). Le grandi serre che ospiteranno la ricostruzione delle condizioni climatiche del pianeta saranno anche delle palestre straordinarie per studi di botanica applicata e di scienze dell’alimentazione, al servizio di centri di ricerca internazionali”.

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