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Design cina: la rivoluzione riparte dagli interni

Il design cinese si sta preparando a conquistare il mondo. A febbraio 2012, per la prima volta nella storia, il prestigioso premio Pritzker, considerato una sorta di Nobel per l’architettura, è andato a un progettista cinese, Wang Shu, per l’equilibrio (tra bellezza e sostenibilità ambientale) che i suoi progetti (musei e biblioteche realizzati in tutta la Cina) mantengono nel difficile contesto della sfrenata urbanizzazione. «Nel design di esterni (come per lo Xiangshan Campus della China Academy of Art di Wang Shu) o di interni (come il ristorante Bei a Pechino dei designer Neri & Hu) gli architetti cinesi hanno un vantaggio culturale. Come ha osservato lo psicologo sociale Richard Nisbett, mentre gli occidentali sono portati a concentrarsi su un dettaglio, i cinesi sono più attenti al contesto: un occidentale racconterà di aver visto un cervo nella foresta, un cinese di aver visto una foresta con diversi animali, tra i quali un cervo. Per un designer che deve integrare edifici e ambiente è un grande vantaggio».

A dirlo è Lorraine Justice, ex direttrice della Scuola di Design del Politecnico di Hong Kong e oggi preside del College di arti visive dello statunitense Rochester Institute of Technology, che ha fotografato l’evoluzione dei progetti nella Repubblica popolare nel volume China’s Design Revolution (Mit press, pp. 152, dollari 21,95). «Il design» continua Justice «non ha mai avuto una priorità così alta come quella che ha in Cina in questi anni. E precisamente da quando, nel 2004, il premier Wen Jiabao dichiarò che a guidare l’economia sarebbero stati il design e l’innovazione. Negli Stati Uniti degli anni Cinquanta e Sessanta le priorità furono scienza e innovazione, e il risultato furono prodotti che aiutarono l’economia, ma il design non venne mai davvero riconosciuto come una forza trainante: ancora oggi negli Usa molti confondono artista e designer, non comprendendo che questi ultimi lavorano per i cliente, non per soddisfare la loro creatività». Un errore, per così dire, che la Cina non intende commettere: «Ogni città medio-grande, in Cina, oggi ha un parco tecnologico dedicato al design e all’innovazione e incoraggia le aziende ad affermare globalmente, proprio attraverso il design, ognuna il proprio brand» spiega Justice.

ALTRE FOTO SUI LAVORI DI WANG SHU

Per la prima volta in migliaia di anni, oggi i cinesi hanno la possibilità di esprimere se stessi attraverso i prodotti che scelgono, gli abiti che indossano e il taglio dei capelli. Sotto le dinastie imperiali, con l’influenza del confucianesimo, c’era grande conformità nel modo di vivere, vestirsi e comportarsi. Negli anni Cinquanta e Sessanta, l’abito doveva esprimere l’adesione alla Repubblica Popolare. Con la Rivoluzione culturale di Mao, lanciata nel 1966, la norma estetica diventò ancora più severa: capelli corti o codino, vestiti militareschi (come si vede nelle stampe propagandiste dell’epoca), nessun ornamento o gioiello. Solo pochi decenni fa, per acquistare vestiti, i cinesi dovevano usare un coupon emesso dal governo. «Oggi invece» dice Justice «l’industria della moda è una delle più dinamiche al mondo e c’è una grande libertà di scegliere prodotti in linea con lo stile di vita prescelto. La Terza generazione post-Mao (i cinesi tra 30 e i 40 anni) è il primo gruppo sociale consistente a sperimentare una vita all’occidentale: ora devono comprarsi la casa, l’auto, i mobili. Devono quindi saper riconoscere i brand e orientarsi tra i prodotti, senza avere alle spalle i due secoli che abbiamo avuto noi occidentali per familiarizzare con i marchi e col marketing».

Ecco perché i designer dovranno far evolvere il mercato, dopo essersi evoluti loro stessi: «C’è stato un cambio di paradigma “da Master a Mister”: l’artista cinese classico si dedicava a copie dei lavori fino a interiorizzare la via del Maestro. Il designer di oggi è invece originale e individualista e sa che deve produrre per il Mister, ossia per il committente». La nascita di questa libertà risale agli anni Ottanta, quando il governo permise di avere un secondo lavoro: i grafici e i designer di interni ne approfittarono per dare spazio alla propria creatività e per organizzarsi in piccole agenzie sempre più numerose. Il design locale non è però ancora ben compreso dalla popolazione: «Si ricorre ai grandi brand, orientali come Li Ning (la Nike cinese) o occidentali come Apple, Cadillac, Prada, perché danno più garanzie ai consumatori insicuri – e spesso i committenti non si fidano a investire in design: temono di vedersi sottrarre il frutto di tanti sforzi da qualche azienda rivale brava a copiare» ammette Justice. La potente spinta al consumo avviata dalle politiche di Deng Xiaoping ha fatto sì che l’assorbimento di concetti come marketing, innovazione e proprietà intellettuale sia stato ripidissimo. Dai rapporti con l’Occidente, la Cina ha imparato che l’innovazione è una strategia fondamentale per differenziare i prodotti. Prima del 1985, in Cina, non esisteva un sistema nazionale dei brevetti. Il piano di sviluppo, che dal 2000 a oggi vede un incremento del 450 per cento di marchi registrati e nel 2011 ha portato la Cina a superare gli Usa nel numero di domande, prevede di raggiungere, entro il 2015, i due milioni di brevetti in un anno.

Il governo offre molte facilitazioni (da permessi di residenza a benemerenze accademiche) a chi registra un brevetto e ha aumentato il numero di scuole di design in tutte le province, l’uso dei parchi tecnologici come incubatori del design e dell’innovazione, il numero dei programmi di studio all’estero per i giovani, in modo che assorbano l’approccio occidentale alla creatività. Con un occhio alla natura: tra i motivi più originali del design cinese c’è una fortissima ispirazione eco, espressa dalle architetture di Wang Shu, dagli interni di Neri & Hu, dai poster di He Jian Ping e dai vestiti della stilista Ma Ke, che sembrano cresciuti sulle piante.

Intanto l’ultima generazione dei cinesi si prepara all’assalto visuale del mondo: «I ragazzi che oggi hanno dai dieci ai vent’anni saranno uno stimolo potentissimo all’innovazione, sia nella domanda che nell’offerta di prodotti di design» dice Lorraine Justice. «Rispetto alle generazioni precedenti i nuovi cinesi avranno un alto grado di competitività legato all’essere in tantissimi a contendersi un posto al sole, e una maggior fiducia nelle loro forze e nella loro individualità. Essendo cresciuti, figli unici, in una società oramai pienamente consumista».