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Calici in porcellana come steli della collezione di Branzi

Otto calici che ondeggiano come steli e si aprono delicatamente come corolle, con la collezione Louis XXI, porcelaine humaine di Andrea Branzi, la porcellana si anima di sensualità e poesia.

Per un designer, lavorare con Sèvres è un’esperienza del tutto particolare. I tempi non sono quelli abituali del mondo industriale. Mettere a punto la serie ‘Louis XXI, porcelaine humaine’ ha richiesto ad Andrea Branzi non meno di cinque anni, di cui due solo per individuare, assieme agli abili ceramisti francesi, un impasto di porcellana che presentasse il colore dell’incarnato umano, il ‘carnicino’, da cui il nome della collezione.

La manifattura di Sèvres, fondata nel 1740 e divenuta nel 2001 Cité de la céramique, custodisce oggi qualcosa come 50.000 opere, 100.000 stampi, migliaia di schizzi e sculture, con più di metà della produzione dedicata al contemporaneo. Si collocano qui i calici della serie limitata disegnata da Branzi, presentata a Milano durante la scorsa design week nella nuova boutique di Van Cleef & Arpels e in programma a ottobre presso la galleria Sèvres di Parigi. Sospese in un paesaggio di grande raffi natezza, le delicate forme immaginate da Branzi ondeggiano tra il naturale e il genetico rilanciando nel XXI secolo (da cui Louis XXI) l’affascinante fragilità della porcellana, un materiale con la cui sofi sticata tradizione tecnologica si sono confrontati, tramite Sèvres, artisti e designer come Louise Bourgeois, Bertrand Lavier, Naoto Fukasawa, Ettore Sottsass e Michele de Lucchi, per citarne solo alcuni.

Ai nostri sensi”, scrive Branzi, “la porcellana è sempre rimasta un mistero, e la prova che tutta la tecnologia si radica nella poesia e nella letteratura”. Se l’uomo va nel XXI secolo, quindi, ci va anche la porcellana, i cui esiti più avanzati ben individuano la misteriosa coesistenza fra il senso plastico della forma e l’arcano intoccabile della materia. Così, se per fare un complimento a una donna si usa dirle che la sua pelle sembra di porcellana, i calici di Branzi, in bilico tra carne e ceramica, esibiscono una finitura più simile a quella di un’epidermide che non a quella di una mescola di feldspati e caolini, estesa su forme vegetali aperte come orifizi verso gli sguardi indiscreti degli uomini. In fondo, le cose ci fanno paura perché non è possibile guardare negli occhi ciò che vede come un cieco, sente come un sordo, parla come un muto.

Il design (la poesia, il progetto) diventa qui il tentativo di strappare alla materia una parola che ci rassicuri, facendo del silenzio muto delle cose il silenzio parlante degli oggetti. A rivelarci, infi ne, se dietro la materia si nasconda il nulla piuttosto che il qualcos’altro.