Acquistati per lo più nei mercatini dell’usato. Ricoperti di colorati e preziosi tessuti orientali. Sono le creazioni del marchio Bokja: fondato da due designer libanesi, Hoda Baroundi e Maria Hibri.
Homestead feeling. Così Chris Sanderson, co-fondatore del Future Laboratory di Londra, struttura che si occupa di scoprire le nuove tendenze anticipando le esigenze del mercato, ha definito i lavori del brand Bokja, come ha riportato il Financial Times in un articolo del 2009. Intendendo con questa espressione, il desiderio di portare al più presto nella propria casa uno di questi mobili. Quasi fossero in grado, pur all’apparenza inanimati, di toccare alcune delle corde più profonde di ognuno. Parola di Sanderson.

Bokja è il nome che due designer libanesi, Hoda Baroudi e Maria Hibri, hanno scelto per le loro creazioni: mobili e oggetti di arredamento. Le loro vite si sono incrociate casualmente e altrettanto casualmente è cominciato il loro cammino nel mondo del design. «Nessuna di noi due nasce designer», racconta Hoda. «Maria ha studiato per diventare giornalista e io sono un’economista. Non abbiamo cercato il design, lo abbiamo trovato per caso». Maria Hibri ha sempre amato la mobilia antica, che sceglieva e comprava per poi rivenderla nel negozio di fiori secchi dei suoi genitori, creando bellissime mise – en -scene grazie alle quali si era fatta conoscere in Libano. «Per quanto riguarda me, – prosegue Hoda - nel 1990 ho fatto un viaggio in Uzbekistan che mi ha cambiato la vita. Sono stata letteralmente folgorata dalla passione per le stoffe tradizionali dell’Asia centrale».
Le due designer si sono incontrate 9 anni dopo quel viaggio e hanno deciso di unire le loro due passioni e le loro forze. «Bokja è nato così, per caso – prosegue Maria – appoggiando un mio pezzo di stoffa sopra un divano di Hoda. In un primo momento abbiamo creato solo alcuni pezzi per i nostri amici. Ma, in qualche modo, le nostre creazioni stavano ottenendo una risposta incredibilmente positiva, e quello che è nato come un piccolissimo esercizio, è diventato una società e, dopo dieci anni, ci sentiamo addosso una grande voglia di progettare e realizzare cose nuove guardando in tutte le direzioni, senza porci limiti».

Quello che fanno le due designer è scovare nei mercatini e nei negozi di antiquariato di Beirut e del resto del mondo mobili anni Cinquanta, Sessanta e Settanta e ricoprirli con coloratissimi tessuti che vengono dall’Oriente e dai leggendari paesi della Via della Seta. Il cuore degli oggetti sta nei tessuti: stampe floreali, ricami dorati, colori brillanti, uno stile che racchiude i segreti di luoghi lontani, esotici, esuberanti. Ogni oggetto è un mix di stoffe mediorientali e preziosità che richiamano suggestioni dense di colori, profumi, allusioni. Accomunate dalla passione per l’antico e per le tradizioni e dall’amore per i tessuti orientali, l’idea delle due designer è stata quella di utilizzare le conoscenze e il talento degli anziani artigiani del Levante e della Via della Seta, quegli stessi artigiani che tramandano da generazioni l’arte della creazione del Bokja. «Bokja è una parola turca - racconta Maria – e indica un tipo di tessuto usato tradizionalmente per avvolgere gli oggetti preziosi delle donne. Ma è di più: custodisce i loro sogni, le loro storie e le loro speranze. A volte è ricamato con fili d’oro, ma spesso è solo una coperta di semplice cotone. Il Bokja celebra la vita e le sue infinite possibilità, accompagnando la donna dalla nascita, al matrimonio, fino alla procreazione e infine alla morte. Abbiamo scelto questo nome per varie ragioni: Bokja è una storia che racconta di tessuti e ricami fatti a mano in cui ci siamo imbattute nei diversi Paesi lungo la Via della Seta, in particolare in Turchia. Ma Bokja è anche, in gran parte, la storia di due donne, del loro viaggio e delle infinite possibilità che la vita ha offerto loro».
Ogni pezzo del duo Bokja è un pezzo unico e sono diversi gli artigiani che lavorano fianco a fianco per ottenere questo risultato: pittori, falegnami, tappezzieri, ricamatori. Proprio perché ogni pezzo ha una propria storia particolare da raccontare, ognuno ha un nome che lo contraddistingue: può essere il nome di uno dei figli delle due designer, o di un loro amico, oppure qualcosa che trova ispirazione in un libro o in un luogo. Non solo. Ognuno ha una sorta di “passaporto” che ne descrive la storia, il paese da cui proviene la stoffa e le tradizioni che stanno alla base della tessitura, dell’arazzo o del ricamo. Quello che fanno Maria e Hoda, con il loro mix di antiche culture con le quali realizzano un design moderno, è di confondere la linea di confine che separa arte, artigianato e design. E il risultato indubbiamente piace, lo dimostra il successo che il brand Bokja sta ottenendo in giro per il mondo. Si può trovare a New York come in Europa: Parigi, Londra, Milano. Ma anche in Giappone e in Cina. E la rete commerciale è in continua espansione. «Recentemente – racconta infatti Hoda – abbiamo avuto importanti riscontri in Germania, Svizzera, Australia e Giappone. Ogni giorno riceviamo richieste da un Paese nuovo, la più recente è arrivata da Sarajevo».
Julia Roberts, Sandra Bullock, Kate Hudson e Nora Jones sono solo alcune delle celebrità che amano e acquistano le creazioni delle designer libanesi, e Christian Louboutin seleziona regolarmente alcuni pezzi per i suoi showroom in giro per mondo. Nel 2009 le creazioni Bokja sono state scelte da Li Edelkoort, una tra i più importanti trend forecaster al mondo, fondatrice e per 10 anni direttrice dell’Eindhoven School of Design, per essere presenti nella sua retrospettiva, in occasione della quale ha messo in luce tutto ciò che ritiene abbia maggiormente influenzato le tendenze mondiali nel campo della moda, della fotografia e del design.
Un importante riconoscimento, quindi, arrivato alla vigilia dei festeggiamenti per i 10 anni di Bokja, nel 2010. Per celebrare l’importante anniversario, le designer libanesi hanno presentato allo Spazio Rossana Orlandi di Milano, in occasione del Salone del Mobile dell’anno scorso, Conversation Sofas, due divani posizionati a formare una “S” ricoperti di bellissimi tessuti provenienti da tutto il mondo. Un progetto che vuole esaltare la cultura e la storia di chi ha contribuito a realizzarlo, proprio a rappresentare la summa di tutta la filosofia che sta dietro il lavoro del duo libanese.

«Noi – raccontano le designer – troviamo l’ispirazione nell’intraprendenza delle persone. Nella voglia di trovare e portare con noi oggetti antichi per donargli nuova linfa vitale. La troviamo nella forza di carattere di donne e uomini che lavorano duramente, ogni giorno, contro le disuguaglianze per sostenere la propria famiglia. Prendiamo l’ispirazione dalle persone e da quello che la natura ci comunica. Troviamo l’ispirazione nell’impegno, nella passione, nella semplicità e nella perfezione del lavoro artigiano».
Mentre all’interno dello Spazio Rossana Orlandi veniva presentato il Conversation, all’esterno, nel cortile, era parcheggiato il Bokja Bug: un modello storico di Maggiolone della Wolkswagen interamente ricoperto con un patchwork di tessuti provenienti dal Medio Oriente. Il progetto ha riscosso un enorme successo da parte dei visitatori ma anche degli addetti ai lavori, ottenendo una notevole risonanza mediatica.
Alla fine dell’evento il Maggiolone è stato donato alla Fondazione Francesco Rava: il ricavato della vendita è andato quindi a favore dell’attività che la Fondazione sta portando avanti per aiutare bambini di Haiti. Dopo il Bokja Bug l’impressione è che la creatività di Hoda Baroundi e Maria Hibri non abbia proprio più limiti. Come conferma Hoda: «Essere creativi vuol dire attingere da quello che siamo veramente. Vuol dire avere fiducia nelle proprie capacità per esprimere noi stessi come riteniamo più opportuno, a prescindere da come gli altri ci possono giudicare. Vuol dire avere il coraggio di esplorare cose nuove e nuove tecniche e avere il coraggio anche di sbagliare».
Il design è quasi sempre in bilico tra diverse culture, ma raramente lo è così tanto come nel caso del duo Bokja. Le loro creazioni si fanno rappresentanti di un simbolico dialogo interculturale, essendo loro stesse formate da stoffe che “dialogano”, espressione di una cultura popolare che non deve andare persa. Sono oggetti in bilico tra tradizione e innovazione, vita e fantasia. Talmente sfarzosi e accattivanti da sembrare appena usciti da un racconto di Mille e una notte. «In dieci anni di attività - spiegano - abbiamo ricevuto diversi attestati di stima. Conferme che il nostro lavoro piace. È difficile dire qual è il complimento più bello che abbiamo ricevuto, perché ogni singolo complimento è importante e ci dà la forza di andare ancora avanti con entusiasmo. Uno dei nostri favoriti è che Bokja è come un sorriso in mezzo ad una casa». Difficile non sorridere seduti su un divano da Mille e una notte.